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Premi Letterari Campiello 2016 - S. Vinci "La prima verità"

16 Settembre 2016

Campiello 2016 - S. Vinci "La prima verità"

Un romanzo dal dettato poetico che vale alla sua autrice il prestigioso premio letterario

L’opera vincitrice della 54a edizione del Premio Campiello si intitola “La prima verità” e porta la firma dell’autrice e traduttrice Simona Vinci. Con 79 voti su 300, ha battuto gli altri quattro titoli indicati dalla giuria dei letterati lo scorso maggio: “Le regole del fuoco” di Elisabetta Rasy (Rizzoli), “Gli ultimi ragazzi del secolo” di Alessandro Bertante (Giunti), “Le cose semplici” di Luca Doninelli (Bompiani) e “Il giardino delle mosche” di Andrea Tarabbia (Ponte alle Grazie). Dopo l’esordio di successo con “Dei bambini non si sa niente” (Einaudi, 1997), la scrittrice si era avvicinata al premio già nel 1999 grazie alla raccolta di racconti “In tutti i sensi come l’amore” e, nel 2003, con il romanzo “Come prima delle madri”, titoli inclusi nelle cinquine finali delle rispettive edizioni.

“La prima verità” è un romanzo ambizioso, dove ricostruzione storica e immaginazione letteraria tratteggiano sulla pagina una vicenda forte, costruita su vari piani temporali. Lo spunto narrativo è fornito dal cosiddetto «caso Leros», scoppiato nel settembre 1989 a seguito di un’inchiesta giornalistica comparsa sulle pagine della rivista britannica “The observer”. Il reportage mostrò ai lettori europei l’atroce volto dell’ospedale psichiatrico della piccola isola greca di Leros, una struttura lager nella quale erano trattenuti in condizioni disumane più di 1300 malati mentali, privati non soltanto delle cure adeguate ma di ciò che siamo soliti definire ‘dignità umana’. Nella finzione letteraria questo mondo mostra lentamente se stesso attraverso lo sguardo di Angela, una ragazza appena ventenne che approda sull’isola nel 1992 al seguito di un gruppo di volontari italiani e olandesi. Il lettore incontra così prima Basil, poi Nikolaos, Teresa, Stefanos e le loro tristi storie di violenza e reclusione.

La trama è costruita cedendo alla tentazione di approfondire via via le vicende dei vari personaggi e mantiene viva l’attenzione del lettore; a questo scopo contribuisce una scrittura scorrevole che non rinuncia tuttavia a una scelta accurata delle parole: lo stile risulta così puntale e poetico allo stesso tempo. Nella quarta parte del romanzo, inoltre, l’autrice prende la parola mostrando l’intima e dolorosa connessione con la follia, in una dichiarata miscela di finzione e realtà.

Quanti bambini di sette anni hanno paura del buio? Forse tutti. E quanti bambini non manifestano, almeno di tanto in tanto, un briciolo di aggressività? E poi, che significa essere aggressivi, cosa aveva fatto, questo bambino, perché la sua famiglia avesse ritenuto necessario un ricovero e degli psichiatri avessero stabilito che quel ricovero era legittimo? Nel 1968 bastava quindi aver paura del buio ed essere aggressivi per venire rinchiusi in un manicomio? Non sono troppo pochi, sette anni, per decidere della vita di una persona? E non sono troppo pochi sedici, diciassette o venticinque? Non sono sempre troppo pochi, gli anni, e così sconfinata la vita possibile che ancora lo attende, per segregare un essere umano e togliergli tutto il futuro, tanto o poco che sia?

Costruire il dibattito

La follia è il filo rosso capace di legare le varie vicende che costituiscono l’ossatura del romanzo. Accanto a quella dei pazienti, tuttavia, la pazzia che viene mostrata sulla scena è quella di un sistema sanitario inadeguato e irresponsabile, incapace di prendersi cura del malato mentale rispettandone la dignità di uomo. Sul finire degli anni Settanta, anche in Italia si accese un forte dibattito intorno alla cura dei disturbi di natura psichiatrica che portò all’approvazione della legge Basaglia e al superamento dell’organizzazione manicomiale.

Storie a confronto

L’isola di Leros, dove si svolge gran parte dell’azione, non accolse soltanto i malati mentali provenienti dal continente e dalle isole greche; a seguito dell’instaurazione del cosiddetto regime dei colonnelli (1967) furono mandati al confino sull’isola numerosi dissidenti politici tra i quali il poeta greco Ghiannis Ritsos alla figura del quale è ispirato uno dei personaggi del racconto, Stefanos.

Il titolo stesso del romanzo è tratto da una breve poesia del poeta greco intitolata “Consiglio”, pubblicata nella raccolta «Pietre Ripetizioni Sbarre» del 1972. Ti proponiamo la lettura dei versi nella traduzione di Nicola Crocetti, riportata nel volume “Poeti greci del Novecento” della collana «I Meridiani» (Mondadori 2010).

Disse: credo nella poesia, nell'amore, nella morte,

perciò credo nell'immortalità. Scrivo un verso,

scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.

Dall’estremità del mio mignolo scorre un fiume.

Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza

è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.

Se vuoi accedere a ulteriori approfondimenti sul romanzo di Simona Vinci clicca sui link in basso e scopri i contenuti che abbiamo selezionato per te.

Conoscere l’opera

- L’intervista all’autrice per Rai Letteratura

- L’intervista all’autrice a Pane quotidiano

Il parere dei lettori

- Le recensioni degli utenti di Anobii

- Le recensioni su Goodreads

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