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Attualità Umberto Eco - L’intellettuale poliedrico e il romanzo ‘pop’

22 Febbraio 2016

Umberto Eco - L’intellettuale poliedrico e il romanzo ‘pop’

Il mondo della cultura saluta uno degli autori italiani più conosciuti del nostro tempo

Il 18 febbraio 2016 si è spento nella sua casa di Milano Umberto Eco, il noto intellettuale italiano nato ad Alessandria nel 1932.

Nelle pagine di Le Monde il giornalista Philippe-Jean Catinche ha indicato Eco come l’ideale ‘dell’intellettuale poliedrico’, una definizione che nella sua ricercata vaghezza ben si presta ad abbracciare i numerosi campi del sapere in cui si è spinta la sua curiosità di semiologo, filosofo e scrittore.

Dopo la laurea, conseguita presso l’università di Torino con una tesi sull’estetica di Tommaso d’Aquino, Eco affiancò all’interesse per la filosofia e la cultura medievale (“Sviluppo dell’estetica medievale”, 1959) la necessità di ampliare la propria indagine ad un orizzonte interdisciplinare in grado di dialogare con i nuovi linguaggi della comunicazione di massa (“Apocalittici e integrati”, 1964 e “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, 1963). L’approdo alla semiotica - di cui terrà la cattedra, a partire dal 1975, presso l’università di Bologna – è stata una delle tappe fondamentali di questa ricerca (“La struttura assente”, 1968 e “Trattato di semiotica generale”, 1975): lo studio del rapporto tra segni e significazione ben rispondeva a questa esigenza di un sapere trasversale che contraddistingue l’opera dell’autore nelle sue molteplici manifestazioni.

È probabilmente all’attività di romanziere, però, che si deve l’estensione della sua fama al di fuori del mondo accademico e del pubblico dei lettori italiani. Il debutto è datato 1980, con il celebre “Il nome della rosa”, a cui seguiranno numerosi altri titoli (“Il pendolo di Foucault”, 1988, “L'isola del giorno prima”, 1994, “Baudolino”, 2000, “La misteriosa fiamma della regina Loana”, 2004, “Il cimitero di Praga”, 2010 e “Numero zero”, 2015).

Il nome della rosa

Giallo filosofico di ambientazione medievale, “Il nome della rosa” è senza dubbio il romanzo più conosciuto di Eco.

La vicenda è ambientata in un monastero benedettino dove, alla fine del novembre del 1327, giungono un francescano di origine britannica, Guglielmo da Baskerville, e il suo giovanissimo allievo, Adso da Melk. Il luogo si appresta ad ospitare un congresso a cui prenderanno parte gli esponenti di due opposte fazioni: da un lato quella dei pauperisti, rappresentata dai francescani e legata alla figura dell'imperatore Ludovico, dall’altra quella della curia avignonese. Un evento ominoso, tuttavia, dà una piega inaspettata alla permanenza dei due monaci: il ritrovamento del cadavere di uno dei miniaturisti del monastero induce l’abate a chiedere a Guglielmo di indagare sulla morte misteriosa. Il monaco ha svolto in passato il difficile ruolo di inquisitore ed è dotato di un’incredibile perspicacia; ma mentre i protagonisti si addentrano nella vita e nei segreti del luogo, aumenta il numero delle morti. L’indagine spingerà infine Guglielmo nel cuore del monastero, la biblioteca, tracciando un tortuoso e labirintico percorso alla ricerca della verità.

Da un punto di vista narratologico l’opera sfrutta l’espediente ben noto del ‘manoscritto ritrovato’. L’autore antepone al testo una nota in cui afferma di aver potuto leggere un codice benedettino, contenente il racconto di una vicenda misteriosa, ma di esserne stato privato prima di averne concluso la traduzione. Solo dopo molti anni, ricerche infruttuose e ritrovamenti fortuiti, si accinge ora a riportare il contenuto di tale manoscritto. Inizia così il romanzo vero e proprio, narrato da uno dei suoi protagonisti, Adso di Melk, ormai prossimo alla morte.

Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.

Notevole anche la struttura del racconto: è ripartito in sette parti, ciascuna dedicata a uno dei sette giorni trascorsi dai protagonisti nel monastero e, all’interno di ciascuna parte, in otto capitoli, corrispondenti ai momenti della liturgia delle ore che scandiscono la vita dei monaci. La struttura contribuisce dunque al processo di immedesimazione e il lettore si trova progressivamente immerso nel monastero e nei suoi ritmi, a fianco dei protagonisti.

Pubblicato da Bompiani nel 1980, il successo editoriale fu sostenuto dal conseguimento di numerosi premi letterari tra cui il premio Strega, ottenuto l’anno successivo. Nel 1983, dalle pagine della rivista Alfabeta, vennero pubblicate le “Postille a Il nome della rosa”, incluse nelle successive edizioni del romanzo, in cui Eco apre al lettore una finestra sul processo creativo e sulla propria teoria del romanzo.

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. […] Ma può raccontare perché e come ha scritto. I cosiddetti scritti di poetica non servono sempre a capire l’opera che li ha ispirati, ma servono a capire come si risolve quel problema tecnico.

Tradotta in più di 40 lingue, l’opera ha venduto circa 30 milioni copie ed è presto approdata sul grande schermo: il regista Jean-Jacques Annaud curò, nel 1986, un celebre adattamento cinematografico in cui Sean Connery riveste il ruolo di Guglielmo da Baskerville. A “Il nome della rosa” si sono ispirati inoltre anche autori di videogame e fumetti, che hanno contribuito ulteriormente alla sua fama di ‘romanzo pop’ capace di parlare a tutti.

Costruire il dibattito

La fortuna dell’opera è stata attribuita ai diversi livelli di lettura possibili e, tra i meriti che le sono riconosciuti, vi è quello di aver inaugurato in Italia la stagione di riscoperta del medioevo nella letteratura di consumo. Il contesto storico è qui protagonista non meno della trama e viene presentato al lettore come un’epoca che contiene germogli di innovazione e di idee moderne, al pari delle tradizioni e delle superstizioni a tutti note.

In che modo una storia ambientata in un’epoca così lontana può affascinare il lettore contemporaneo? Quali sono le tecniche narrative utilizzate dall’autore per orientare e non tradire le attese del pubblico? Quali di questi elementi sono desunti dalla tradizione letteraria italiana e quali, invece, rappresentano un elemento di innovazione?

Storie a confronto

Il giallo storico. Il fortunato connubio tra il romanzo storico e quello giallo è alla base di molte opere di rilievo. Tra queste ricordiamo “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk, uno dei più noti scrittori turchi contemporanei. All’atmosfera dell’Italia medievale si sostituisce qui quella di Istanbul al finire del XVI secolo; qui il protagonista, l’erudito Rosso, è chiamato a indagare sulla morte del celebre Raffinato Effendi, miniaturista alle dipendenze del sultano. Inizia così una disperata indagine da cui dipenderà la vita stessa del protagonista.

Come nel romanzo di Eco, sotto un primo livello di lettura se ne nascondono molti altri e la trama può diventare un piacevole pretesto per affrontare temi complessi, ad esempio quello del dialogo tra tradizione e innovazione.

La biblioteca e il labirinto. All’interno del romanzo un’attenzione particolare viene riservata allo spazio fisico. Il monastero è ricostruito in ogni minimo dettaglio, la descrizione indugia sui particolari della struttura esterna quanto degli interni in cui si muovono i personaggi. Sin dalle prime pagine, tuttavia, un luogo in particolare cattura l’attenzione del protagonista: si tratta della biblioteca, intrinsecamente dotata di fascino, resa qui ancora più magnetica grazie al divieto di percorrerne i labirintici corridoi. E il divieto - nella letteratura ma non solo - è spesso un invito all’immaginazione. L’intreccio del topos della biblioteca con quello del labirinto è al centro del breve racconto di Jorge Luis Borges (1899 -1986) intitolato La biblioteca di Babele (incluso nella raccolta “Il giardino dei sentieri che si biforcano” prima, 1941, e in “Finzioni” poi, 1944). Nelle pagine dello scrittore argentino viene descritto un universo costituito da un’immensa biblioteca, priva di confini spaziali, organizzata in sale esagonali in cui sono disordinatamente raccolti tutti i possibili libri di 410 pagine, con sequenze di caratteri privi di ordine, in tutte le combinazioni possibili.

L’esattezza geometrica dell’architettura si combina con il disordine del materiale librario e in questo modo, nel luogo del sapere per eccellenza, viene incluso il rischio di non sapere ritrovare la via d’uscita.

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