Campus Greco e Latino

Consigli di lettura Glenn Most, L’eredità greca

17 Maggio 2016

Glenn Most, L’eredità greca

G. Most, professore ordinario di filologia greca presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, è un delle figure di massimo rilievo nel panorama internazionale degli studi classici. Nell’agosto del 2015, nel pieno della crisi economica greca, per la quale si prospettava l’uscita del paese dall’Europa (Grexit), sull’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore (nn. 211, 218 e 231) sono apparsi tre suoi contributi (idealmente tre puntate di un’unica riflessione), nei quali Most identifica e chiarisce la natura e l’importanza delle tre “invenzioni” che il mondo greco antico ha lasciato in eredità al mondo moderno: la politica, il teatro e la filosofia.

La riflessione di Most prende spunto da quella che sappiamo essere la conformazione della polis ateniese nel V secolo a.C. Al suo centro, infatti, diversamente che in altre città del vicino Oriente o in Asia, non si trovava un palazzo regale, ma uno spazio vuoto, l’agorà, luogo deputato a un duplice tipo di scambi: quelli commerciali (agorà come mercato) e quelli politici, appunto (agorà come luogo di assemblea). È in questo spazio che i Greci, in realtà più propriamente gli Ateniesi, “inventarono la politica nel senso della pubblica e ordinata riflessione, discussione e determinazione del potere nella loro comunità”, ed è da questa esperienza che nasce la celeberrima definizione aristotelica dell’uomo come zoon politikón, ovvero come entità che vive in una città (a differenza di dèi e animali) e che partecipa alla vita della polis, la politica appunto.

La forma “più estrema della nozione di condivisione del potere politico” si concretizzò nella democrazia, e in particolare nella democrazia ateniese del V secolo. Most ne rileva i suoi noti limiti, che in realtà consentivano la partecipazione all’assemblea dei soli maschi adulti ateniesi di condizione libera (dunque, niente donne, schiavi o stranieri residenti, in pratica uno scarno 10% della popolazione), ma al contempo sottolinea come l’idea che siano i cittadini a poter determinare la politica della propria città sia una vera e propria innovazione dell’Atene antica, un’innovazione che resta oggi elemento cruciale della nostra identità politica.  

La partecipazione alla vita cittadina per un greco, e un ateniese in particolare, si esplicava anche nella condivisione di un altro spazio fondamentale, quello del teatro, in cui durante l’anno, in occasione di particolari festività, la collettività celebrava il dio Dioniso con l’allestimento di rappresentazioni tragiche (poi seguite da commedie e drammi satireschi).

La tragedia, le cui origini rimangono tuttora non pienamente decifrabili, costituì una fervente fucina di riflessioni politiche, religiose e filosofiche, sviscerate e formalizzate in un altissimo linguaggio poetico e musicale tramite la messa in scena delle vicende mitiche che costituivano una parte essenziale del patrimonio culturale greco. Il rapporto tra spettatori e personaggi travalicava quello della semplice finzione scenica, che era un mezzo per una valutazione “sul posto degli esseri umani nel mondo e sulle aspirazioni e soprattutto sui limiti della conoscenza e del potere umani”, che portano, come estreme conseguenze, “l’inevitabilità del fallimento, la fragilità della felicità e l’autodistruttività dell’ambizione”: una lezione che continua a essere quanto mai attuale ma, purtroppo, del tutto inascoltata.  

Paradossale, rileva Most, fu che la massima fioritura del teatro, e della tragedia in particolare, si ebbe nell’Atene del V secolo, quando la città stessa, con la guerra del Peloponneso, esemplificò storicamente ciò che i suoi poeti mettevano in scena.  

Oltre la parola dell’assemblea cittadina e quella del teatro, come terza innovazione greca si pone il discorso filosofico, la cui origine, precisa opportunamente Most, va individuata però sulle coste dell’attuale Turchia e nell’Italia meridionale. Se la politica era l’arte di conseguire il bene possibile per la collettività e la tragedia proclamava, di contro, l’impossibilità di conseguire tale bene, la filosofia, nel tentativo di superamento di questa dialettica, si pose come finalità l’individuazione di una via che liberasse la vita dalla sofferenza. I filosofi greci cercarono, anzitutto, principi unificatori e originatori del multiforme reale (individuati ora in elementi naturali, ora in principi matematici, scientifici o logici), attraverso un’indagine del mondo naturale strettamente connessa a una profonda riflessione etica. La filosofia, in estrema sintesi, si configurava proprio come un modo di vivere, centrato di volta in volta, a seconda delle scuole filosofiche, sugli aspetti più vari dell’esistenza umana.

Ma se questa in origine fu la natura della speculazione filosofica, oggi siamo ben consapevoli che la sua identità è profondamente mutata, essendosi trasformata in una “disciplina universitaria che si dedica alla diffusione e all’esame di dottrine teoriche”. E in questo, conclude Most, “nel bene e nel male, non siamo più ateniesi”.

     

COLLEGAMENTI ESTERNI

Il testo del terzo intervento di Most è reperibile al seguente link

   

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE  

- P. Cartledge, La politica, in I Greci. 1. Noi e i Greci, pp. 39-72

- D. Lanza, La tragedia e il tragico, in I Greci. 1. Noi e i Greci, pp. 469-506

- M.M. Sassi, La storia del pensiero, in I Greci. 1. Noi e i Greci, pp. 743-770

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