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Consigli di lettura Friedrich Dürrenmatt, La morte della Pizia

29 Marzo 2016

Friedrich Dürrenmatt, La morte della Pizia

Scrittore e drammaturgo di origini svizzere, F. Dürrenmatt (1921-1990) è stato prolifico autore di brevi racconti, tra cui il celebre La morte della Pizia (1976), molti dei quali ispirati a vicende mitiche o veterotestamentarie, ambiti per cui lo scrittore fin da piccolo aveva manifestato particolare predilezione (basti pensare, per limitarsi alla mitologia classica, ai più noti Il minotauro, La morte di Socrate e alla pièce teatrale Romolo il Grande).

Proprio il mito è protagonista indiscusso anche ne La morte della Pizia, racconto quasi fulmineo, avvincente, potentemente ironico e dissacrante ma, al tempo stesso e al pari del resto della produzione di Dürrenmatt, ambiguo e problematico, una narrazione accattivante che, appunto, trascina il lettore al centro dell’inquieto e inquietante rapporto tra verità e opinione, tra la conoscibilità del reale e la sua interpretazione, tra caso e ordine.  

Siamo a Delfi, all’interno del santuario di Apollo Pizio, dove l’ormai vecchia sacerdotessa Pannychis XI pronuncia, stizzita e infastidita, uno strampalato oracolo all’indirizzo di un giovane claudicante e incredulo, giunto da Corinto per rivolgerle domande sulla vera identità dei propri genitori: il giovane in questione è Edipo. Il celebre responso e il suo protagonista svaniscono ben presto dalla mente della Pizia, assillata dai suoi molti anni e dai reumatismi, e, mentre le vicende del mito si avviano sul loro inesorabile percorso, Pannychis trascina la sua stanca vita finché, un giorno, le si presenta davanti un mendicante cieco, anche che “al posto degli occhi aveva due grandi buchi pieni di sangue nero raggrumato”. È nuovamente Edipo, giunto al cospetto di Apollo e della Pizia per annunciare che quell’oracolo, pronunciato quasi per dispetto, si è davvero compiuto: egli ha ucciso suo padre, ha sposato sua madre, generando con lei quattro figli, e questa si è tolta la vita impiccandosi. Nella memoria della Pizia, quasi indifferente al terribile racconto, riaffiora un vago ricordo del primo incontro, ma le sue forze sono esaurite, sente la morte arrivare e, quasi con curiosità, si sistema sul suo tripode ad aspettarla. E lì, appollaiata sulla roccia profetica, la Pizia assiste a un’incredibile sfilata dei protagonisti di questa vicenda, che, ormai ombre, le si presentano di fronte per raccontarle come sono andate le cose, per farle conoscere la verità. O almeno quella che loro credono sia la verità.

Da Meneceo, padre di Giocasta e Creonte, ossessionato dal desiderio di vedere il figlio sul trono di Tebe, al re Laio, omosessuale dispotico e pavido, allo stesso Edipo, da sempre consapevole di non essere veramente figlio di Polibo e Merope, a Giocasta, regina di facili costumi, fino a Tiresia, indovino prezzolato al servizio del potere e dei potenti, tutti i personaggi raccontano una storia i cui contorni e i cui particolari cambiano continuamente, come in uno specchio deformante, diventando sempre più grotteschi e inverosimili e impedendo al lettore e alla Pizia (che sentenzia “Mentono tutti”) di capire davvero come si siano svolte le vicende.

Giunge, infine, anch’essa evanescente ombra, la Sfinge, non mostro feroce ma donna bellissima, a svelare l’incredibile “verità” o, perlomeno, la sua versione finale, visto che, forse, non ci si può fidare nemmeno di lei, sacerdotessa di Hermes, protettore dei ladri e degli impostori.

Grazie alla sua scrittura sagace e trascinante Dürrenmatt è capace, in poche pagine, di esaltare uno dei temi a lui più cari, quello dell’inconoscibilità della verità e della sua inafferrabilità, una verità che “non smetterà di cambiare faccia se continuiamo a indagare” e che “resiste in quanto tale se non la si tormenta”. Così la realtà, “la quale è impenetrabile non meno dell’essere umano che ne è l’artefice”, sfugge a ogni codifica univoca, è governata non dagli dei che abitano il cielo, “quel nulla assoluto in cui gli uomini, per poter tirare avanti, proiettano ogni sorta di cose, divinità e destini di ogni genere”, ma dal caso, “un mostro che prende facce sempre nuove”. È da questo magma incontrollato che si modellano i destini degli ignari attori di questo dramma, che Dürrenmatt, da augusta e veneranda saga, riduce a paradigmatica farsa.

 

COSTRUIRE IL DIBATTITO  

Ma La morte della Pizia, lungi dall’essere semplicemente un esercizio di virtuosa irrisione del mito, rende giustizia ai veri protagonisti della storia di Edipo e di tante altre vicende mitologiche, vale a dire il mistero e l’enigma, così profondamente radicati nella Weltanschauung dell’uomo greco, come aveva ben compreso già diversi anni or sono E. Dodds nel suo I Greci e l’irrazionale.

Il breve racconto fornisce, così, ottimi spunti non solo per ripercorrere la saga dei Labdacidi e le sue messe in scena sofoclee, ma anche per approfondire la complessa visione greca della religione misterica e dei suoi rapporti con il pantheon tradizionale, nonché la riflessione sulla τύχη e sui suoi effetti sul destino umano.

 

CONOSCERE L’OPERA

F. Dürrenmatt, La morte della Pizia, Adelphi

Sofocle, Le tragedie di Edipo. Edipo re, Edipo a Colono, Antigone, Bur

E. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Sansoni

   

Un libero adattamento teatrale: Edipo e la Pizia di Lucia Poli

 

CONOSCERE L’AUTORE  

Friedrich Dürrenmatt, l’eterno enigma del colpevole

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