Campus Greco e Latino

Consigli di lettura Diego Lanza, Dimenticare i Greci

07 Aprile 2016

Diego Lanza, Dimenticare i Greci

D. Lanza, grecista e oggi professore emerito dell’Università di Pavia, ha insegnato per moltissimi anni (1968-2007) Letteratura greca e Religioni del mondo classico nell’Ateneo pavese. Con questo contributo, apparso nel 2001 nell’importante raccolta di saggi I Greci, edita da Einaudi, offre una chiave di lettura non convenzionale sul rapporto tra noi moderni (classicisti e non) e il modello idealizzato di una grecità troppo spesso sottratta a un’adeguata storicizzazione.  

L’abbrivio per questa riflessione, che si avvale di spunti desunti anche da conoscenze che esulano dal mondo greco (come, per esempio, dalla drammaturgia di Corneille), è dato da un singolare ricordo di natura personale (l’incontro tra un’amica classicista e un allenatore di basket americano), che mette in luce una contraddizione latente nell’approccio con la civiltà e la storia greca: vale a dire il mancato raccordo tra la consapevolezza sempre più approfondita della molteplicità e complessità delle matrici culturali che sostanziano la grecità e l’immagine che abbiamo dei Greci stessi, condizionata da una reverenza che rende quel mondo e le sue testimonianze storiche quasi intoccabili, confinate in un eterno senza tempo. Una disposizione questa che l’autore chiama “fondamentalismo classicistico” e che, sostiene, impedisce una relazione scevra di preconcetti nei confronti di quei prodotti culturali, per esempio letterari, di cui oggi usufruiamo spesso senza tener conto della loro vera natura (con i celebri esempi delle raccolte delle Odi pindariche o dell’opera di Aristotele, mai nate come prodotto letterario unitario, alla stregua del Libellus catulliano, ma frutto in realtà del lavoro editoriale degli Alessandrini le prime e di Andronico di Rodi la seconda).

Questa contraddizione, che spesso conduce anche alla pericolosa semplificazione di pensare alla Grecia avendo perlopiù in mente solo Omero e Atene, deriva dal fatto che, secondo Lanza, la pretesa di discendere da questa civiltà, ovvero di “pensare come pensavano i Greci” nasconde, in realtà, il verosimile rischio di “voler far pensare i Greci come noi, di adeguarli alle nostre costruzioni ideologiche, alla nostra sensibilità”. Tuttavia, come rivelano numerosi studi (qui si ricorda diffusamente il ben noto e assai discusso Atena nera di M. Bernal), la cultura greca (come del resto ogni altra cultura) nasce, si sviluppa e giunge a piena maturazione anche grazie all’incessante e profondo scambio con le culture circonvicine, in particolare quella egizia e quelle orientali: lo dimostrano evidenze archeologiche, artistiche e letterarie, così come anche molti aspetti delle credenze e pratiche religiose.

Eppure, separare la Grecia dal contesto storico cui appartiene presenta l’indubbio vantaggio di avere un campo d’indagine chiuso, di più facile decifrazione grazie anche all’idea, pure questa erronea, di poter contare sulla continuità di una terminologia concettuale che ci appare familiare (si pensi all’uso comune di termini come logos, mythos o pathos), ma che in realtà era calibrata su parametri completamente diversi dai nostri. È come se, sostiene l’autore, avessimo adeguato i Greci al nostro senso comune, un’operazione questa che ci “pone al riparo dal dover pensare il diverso [...], il diverso che ci appartiene, il diverso dentro di noi”.

Così, con un efficace gioco di parole, Lanza ammonisce che “non la lingua, ma i linguaggi [...] del pensiero, non meno di quelli verbali” sono quelli che ci differenziano dei nostri “antenati”, anzi, risulta quasi illusorio pretendere di capire il mondo greco accontentandoci di apprenderne la lingua, senza prima aver compreso chi i Greci fossero e di quale natura siano i nostri rapporti con quel mondo lontano. Qual è, dunque, il senso dell’apprendere il greco, ci si chiede provocatoriamente, se esso conduce a scoprire che in quella lingua, “della quale diventa difficile immaginare il banale uso della comunicazione quotidiana, gli antichi non esprimevano che i nostri concetti più logori, condividevano le nostre più fruste convinzioni, covavano le nostre più comuni preoccupazioni, in una parola non erano quasi in nulla diversi da no”?

Sono questi i Greci da dimenticare, per riscoprire la bellezza e la complessità di una cultura alla quale siamo sì enormemente debitori ma che, inevitabilmente e irriducibilmente, è altro da noi.

   

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE  

D. Lanza, Dimenticare i Greci, in I Greci. Storia, cultura, arte, società. 3. I Greci oltre la Grecia, Einaudi, Torino 2001, pp. 1443-1464.

M. Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, Pratiche editrice, Parma 1994.

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